La fabbrica dell’Aurum in Pescara

“Piango i miei pini e la mia spiaggia”, con queste parole cariche di malinconia Gabriele d’Annunzio, dalla “clausura” gardonese, chiude un telegramma inviato all’amico Amedeo Pomilio. […]

È un d’Annunzio insolito quello che scrive a Pomilio, molto lontano dal roboante condottiero di genti o dall’appassionato seduttore di femmine: un d’Annunzio intimo, familiare, quasi scrivesse a un caro fratello lontano e amato con cui può abbandonarsi a sfoghi nostalgici o allo scherzo, come capitava solo con le persone a lui più vicine. […] nel febbraio del 1922 d’Annunzio incontra Pomilio a Vittoriale. Nel congedarlo gli fa dono di un ritratto fotografico e di una copia del Notturno, che Amedeo promette di leggere una pagina a sera, quasi si trattasse di un libro sacro. Da lì ebbe origine l’amicizia che durò per più di tre lustri e che fu rallegrata da un vivace scambio di regali. […] Il 1° marzo del 1938 alle 10:05 d’Annunzio si spegne.

Il 25 maggio dello stesso anno nasce il terzogenito di Amedeo Pomilio, a cui viene dato il nome Gabriele, ultimo omaggio di al poeta d’Italia, al vate, al comandante, al fraterno amico. (Giordano Bruno Guerri, “Io ho quel che mi fu donato: Gabriele d’Annunzio e Amedeo Pomilio”). – See more at: https://pomilioblumm.eu/pubtotali.php?slide=7#sthash.VKImbXR5.dpuf

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